Vini naturali e Vini di terroir

foto di André Kertész, New York 8 novembre 1949

In origine l’istanza principale del movimento dei vini naturali, sul finire degli anni ’70 e i primi anni ’80 in Francia, e successivamente in tutto il mondo, fu di restituire vita e voce ai territori nobili del vino attraverso pratiche più rispettose dell’ambiente. Opporsi alle evidenti derive che il vino industriale aveva portato tra campagne e cantine, ergersi a difesa dei territori sciupati dall’uso eccessivo della chimica, contrapporsi a quei vini che, poco fedeli all’identità che andavano vantando in etichetta, finivano tra gli scaffali di enoteche e ristoranti, sulle tavole dei consumatori omologandone il gusto: tutti simili, tutti compiacenti e inoffensivi, dolcini e rotondi. 

Produrre insomma vini di Terroir per dirla con le parole di Jacky Rigaux*: ritrovare il luogo nel bicchiere, per quanto mi riguarda, quel che voglio bere il 99% delle volte. Una definizione che racchiude il fine e che preferisco a vino artigianale o vino naturale: il poco interventismo in cantina rappresentava una giusta pratica, un opportuno mezzo. Ora per un certo numero di produttori sembra sia diventato il fine, quello di produrre vini naturali, con annesso dibattito identitario sulla validità del termine e sul come si possa essere sempre più naturali. Non è una semplice sensazione né di contro ho a disposizione alcun dato statistico, mi limito ad osservare le dichiarazioni dei produttori stessi, e mi riferisco alle etichette dei vini che inebetito guardo e che sempre più spesso recano inverosimili nomi di fantasia: sia Francia o Italia non è strano imbattersi in cose come bibidibobidibù, wilrock&roll, heidielesuecaprette, etichette che sanno essere anche deliziose nel font, accattivanti nei disegni, ma completamente dissociate dal territorio di provenienza. 

Ci sono tante ragioni per cui ciò accade, ma sempre più spesso nel catalogo di un produttore naturale capita di imbattersi in questi che sono definiti giochi, o succede di incontrare produttori che non si riconoscono più in una denominazione e/o disciplinare e decidono di uscirne, o altri che una denominazione non ce l’hanno o non abbastanza forte e conosciuta e decidono di prendere altre strade. C’è da segnalare come a 40 anni di distanza dalla sua origine il movimento del vino naturale sia sempre più multiforme, che si debba sempre più parlarne nel particolare e meno in generale, perché nelle sue ambiguità il termine vino naturale oggi può essere declinato in tantissimi modi: se è vero che spesso un vino di terroir è un vino naturale, non è detto che quest’ultimo sia sempre un vino di terroir e non perché presenti dei difetti, ma semplicemente perché non vuole esserlo, vuole essere altro o, arbitrariamente, vuole ambire a riscrivere i confini di quel che definiamo terroir: un bel passo in avanti. 

Io intanto mi sono ricordato le parole di Marco Ciriello e Paolo Rumiz di qualche anno fa, in occasione dell’ultimo viaggio di quest’ultimo lungo l’Appia antica raccontato su La Repubblica. Di come la perdita di identità, o se preferite il suo mutamento da locale a globale (e infine individuale), passasse attraverso i toponimi che si perdevano e venivano cancellati dalle carte geografiche, e dai nomi che oggi si danno ai bambini: nomi come Marie Lou. 
(Naturale, avrebbe chiosato Achille Campanile). 

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*In La degustazione geosensoriale ed. Terre en vues, 2013 - Prima edizione italiana: Il vino capovolto: La degustazione geosensoriale e Altri scritti di Jacky Rigaux e Sandro Sangiorgi, Porthos edizioni 2017.

posted by Mauro Erro @ 12:36, , links to this post






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