Falanghina dei Campi Flegrei Cruna DeLago 2015, La Sibilla



Una cosa che ora dovrebbe apparire evidente è il valore di un produttore agricolo, coltivi grano o uva: occuparsi di un pezzetto di territorio che altrimenti andrebbe abbandonato. Basta impiantare una vigna per concorrere a cambiare il profilo dell’orizzonte. È per questo che rifuggo sempre più i circoli in cui ci si accapiglia per ore e ore astrologando su una bottiglia di vino, sulla superiorità di quell’annata piuttosto che dell’altra: ma vedi che allungo la ’13; però guarda il ritmo della ’14, dai, e vuoi mettere la complessità della 2010? Tutto legittimo, per carità, ma spesso si perde il quadro d’insieme. 

Meglio il peggior vino del contadino che una speculazione edilizia, con preambolo incendiario. Ci pensavo stamattina, alle 5, quando mi sono svegliato per l’insostenibile puzzo di fumo. Un terzo della Riserva naturale del cratere degli Astroni è andato bruciato, adios. Si susseguono post sui social, condivisioni di foto e video, c’è chi è affranto e chi incazzato e io mi chiedo quanto valga il lavoro di chi continua a coltivare i suoi pomodori o le sue vigne, come fa la famiglia Di Meo a Bacoli
Già, quanto vale?*
Il primo modo di difendere il proprio territorio è conoscerlo, e conoscere anche chi - in un corretto rapporto con la propria terra - lo difende e lo valorizza tirandoci fuori delle bottiglie di vino che, tra l’altro, sono eccellenti, circondati dal cemento e dalle iene ridens. Eppure c’è ancora chi storce il naso per poco più di dieci euro per una bottiglia di vera Falanghina o di autentico Piedirosso dei Campi Flegrei, incapaci di dare un giusto valore non solo alla bottiglia di vino, ma ai gesti, come quello di zappare la sabbia: condivideranno una foto su facebook al prossimo rogo, s’indigneranno, s’incazzeranno con qualcuno e bene così. 

Per questo cru, da una vigna a Bacoli, ne occorrono il doppio di euro, una ventina in enoteca, e chi è in grado di capirlo sa che si tratta di una promessa di felicità. Lo sa chi conosce il vino, lo ha frequentato e bevuto ripetutamente negli anni riconoscendo ormai il Cruna DeLago come una etichetta di riferimento per la Falanghina dei Campi Flegrei, con uno stile ormai codificato e un’identità chiara, pur esprimendo di volta in volta il carattere dell’annata: facendo finta di avere qualche dubbio ne ho stappate recentemente diverse, fino ad una meravigliosa magnum del 2010 bevuta da Nando Salemme nella sua osteria Abraxas
E se la 2014 era un inno all’energia minerale del territorio, la 2015 ha più polpa e frutto, più complessità aromatica, più potenza. In questi giorni esce in commercio, è ancora una promessa, ma sarà di quelle annate a lunga gittata e ripetuti momenti di felicità.


*La seconda domanda che mi faccio è come è possibile che il comparto agricolo sia così potente economicamente e allo stesso tempo così debole politicamente.

posted by Mauro Erro @ 10:39,

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