Alessandro Masnaghetti



Ha la barba più lunga del solito per vantare, replica ridendo, una somiglianza con il vecchio priore di Bose, ma assecondando la fede si potrebbe dire che Alessandro Masnaghetti è come il Milan di Capello: l’unico che gioca in Champions League e qualche volta la vince. Se glielo chiedi, però, ti risponde che ha nel cuore i momenti disgraziati con Hateley, Joe Jordan, Blisset, Giussy Farina, i quasi fallimenti, la serie B e la Mitropa Cup; e se lo inciti a sceglierne uno ti dice: Franco Baresi; un uomo normale, zio Franco, ma con i superpoteri. Come Mapman, il titolo che Wine Spectator gli ha dato qualche anno fa. 

Alessandro Masnaghetti, nato a Milano. 

La Milano di Jannacci, di Beppe Viola, e di Cochi e Renato per intenderci: lo zio di mia mamma vendeva le angurie con il motocarro, un nonno faceva il tramviere e l'altro tirava fuori gli aerei con gli elefanti dagli hangar della Caproni. Poi i bombardamenti, il tedesco ammazzato in mezzo al viale Molise, il campo di calcio di Calvairate, l'ortomercato. Mio nonno materno era della cascina Trecca, perché allora a Milano, in periferia, c'erano le cascine; mia nonna di Monluè, un borgo bellissimo vicino all'aeroporto Forlanini e ora quasi scavalcato dalla tangenziale. 

Mentre i nonni paterni? 

Mio nonno di Oleggio, in provincia di Novara, mia nonna di Marradi, in provincia di Firenze, sposati a Basilea, trasferiti a Milano, dove è nato mio padre, e infine ritornati a Oleggio. Perché proprio Basilea non ho idea, ma di sicuro c'era bisogno di lavorare e di mangiare. Emigrazione. 
Te l’ho raccontata quella dei 100 franchi? 

Non mi pare. 

A Basilea, credo fosse l'inizio degli anni '60, i miei nonni con i miei genitori erano ritornati per salutare alcuni parenti. Mio padre con la macchina si infilò in un senso unico e furono fermati da un vigile che in italiano disse: "scusi, lei, li ha 100 franchi?”, come se si rivolgesse a dei barboni. Quando mio padre chiese il perché, seppe che era l'ammontare della contravvenzione: dal sedile di dietro mia nonna iniziò a inveire in perfetto tedesco lasciando il vigile di stucco. Si fece da parte e li lasciò andare. 

Sì è sempre il sud di qualcuno. 

Si, ma a parte l’episodio dei 100 Franchi, per noi la Svizzera è sempre stata un mito. Gite alla Jungfrau. Viaggi periodici a Lugano, soprattutto a Sant'Ambrogio, con sosta all'Innovazione per acquistare i regali di Natale, i cioccolatini per addobbare l'albero, i pigiami Calida. A volte un salto anche alla Migross. I miei hanno continuato ad andarci fino all'ultimo. Avevamo i librettini del Pestalozzi della Pro Juventute di Zurigo, e quando giocavo a Subbuteo il campionato era fatto con le squadre svizzere. Poi a proposito di Lugano e Subbuteo ci sarebbe un'altra storia… 

Anche a Oleggio andavi spesso, mi dicevi. 

Quando eravamo piccoli a Oleggio ci andavamo tutte le domeniche mattina che aveva comandato il Signore. Il nonno era un patito di ginnastica, anelli, parallele, e da giovane praticava come dilettante. Suo fratello era pugile, anche egli dilettante, e morì durante un incontro. D'estate era obbligatorio esercitarsi agli anelli sotto il "cass", che in piemontese è l'equivalente del magazzino/fienile. Potevi scegliere tra anelli tondi e anelli a bacchetta. I primi ti tagliavano le mani, i secondi troppo grandi per un bambino di 6/8 anni. Poi più grande andavo a pescare o cercavo l'oro sul Ticino con mio padre e a volte con mio zio. Credo di avere ancora l'asse che serviva per selezionare la sabbia e una fialetta di pagliuzze. In tempo di guerra era un modo per portare a casa un po' di soldi, e per mio padre e mio zio credo fosse il modo per ricordare la gioventù. 

La tua, invece, di gioventù, nella Milano degli anni di piombo. 

Anni bui vissuti con l’energia di un lombrico. Attorno casa ne furono uccisi 3 o 4, Gilberto Cavallini, il terrorista nero, ma sarebbe meglio definirlo delinquente comune, frequentava il bar sotto. L'omicidio del giudice Alessandrini avvenne a 200 metri dalla mia scuola, il Liceo Scientifico Albert Einstein: covo studentesco al pari del Berchet e altri, ma quando arrivai io venne trasformato in una sorta di collegio. Un paio di picchetti pro forma in cinque anni e il massimo della trasgressione era gridare "ce ne andiamo o no, ce ne andiamo sì o no" nella tromba delle scale, all'intervallo, finché il preside si rompeva le palle e ci faceva uscire. Erano i prefestivi delle feste comandate. 

E a casa che aria si respirava? 

Mai parlato di politica e di religione. Unica religione il lavoro. Si ascoltava il radiogiornale delle 19:30 nel momento esatto in cui si iniziava a mangiare, ma non ricordo commenti particolari. Tieni conto che il massimo della cultura per noi ragazzi era Alan Ford. Era lo stesso periodo in cui i Decibel attaccavano in giro per il quartiere i loro adesivi db, puoi immaginare a cosa alludessero graficamente. L'attività principale alla domenica (e al sabato) era andare a prendere la morosa e portarla a ballare o al bar. Quando andava bene guardavi le primissime televendite di Aiazzone con Guido Angeli, i cartoni di Roger Ramjet - una delle poche cose di cui vado orgoglioso - e le telecronache NBA di Dan Peterson o gli incontri di pugilato raccontati da Rino Tommasi, che erano “università”: amavo i pesi gallo, pugili come Guadalupe Pintor. 

C’era anche la passione per le moto. 

Passione difficile da coltivare in città e, in effetti, rimase sempre un sogno incompiuto. La mia prima gara a Frassinello Monferrato, chi avrebbe mai detto che dopo 15 anni ci sarei tornato in altra veste. Gare di regolarità, oggi enduro, categoria 125cc, anche se la mia passione è sempre stata la 75cc con il mio agognato Puch Frigerio, bello ancora adesso, con il parafango basso attaccato alla ruota. 

Poi la musica. A casa hai un contrabbasso, tre bassi Rickenbacker, un Fender precision… 

La musica è arrivata con mio fratello che frequentava gli studi della neonata Radio Milano 4 e portava a casa un sacco di roba. Da John Denver ai primi Tangerine Dream, dai Neu a CSN(Y), dai Quicksilver a Loy e Altomare (ai tempi si parlava di west coast italiana). Avrò avuto 13, 14 anni. Poi il periodo punk, quando uscì la prima recensione di It's alive dei Ramones, 1977, letta su “Stereoplay”, rivista di alta fedeltà che aveva una sezione musica con penne di tutto rispetto. Ma più regolare e per un lungo periodo è stato l'acquisto di “Melody Maker”. La facevo arrivare all'edicola lungo la strada per andare a scuola. Arrivava una volta su tre. Del basso mi ha sempre attirato il suono o forse è la stessa storia dei pesi gallo, meno scontato di una chitarra. Ma il primo penso di averlo acquistato solo nel 1982, con un amplificatore Roland arancione: un basso Arirang, imitazione del Fender Jazz. Adesso, oltre il contrabasso di cartone, ne ho uno elettrico NS 5 corde, un Laurus Quasar T 900 5 corde, un Warwick Thumb 5 corde, un Fender jazz 5 corde American deluxe, un altro 4 corde e un Precision Dee Dee Ramone. Credo di non aver dimenticato nessuno. 

Masnaghetti punk? 

Non ero punk, mi piaceva la musica punk. Sono autarchico. Sono da sempre un ammiratore di Totò, ai tempi considerato dall'intellighenzia meno della serie C, e nel frattempo guardavo Ecce Bombo: una gran cosa, lo vedevi e ti sembrava di ritornare a scuola, ti sentivi a casa. La mia filosofia la puoi riassumere così: un disco di Gregory Isaacs e uno dei Ramones, nello stesso scaffale, non ci stanno male. Anzi è proprio meglio che ci siano. Cultura è una parola che ho sempre fatto fatica a gestire. Uno è quello che è non quello che vuole essere, o almeno dovrebbe, se proprio deve infilarsi in un recinto. Ti direi che sono molto legato ai primi Skiantos, ma anche qui, “culturalmente” abbiamo poco in comune. 

Nel vino hai iniziato con Veronelli che, in questo campo, ha alfabetizzato l’Italia. 

Dopo la Laurea in Ingegneria Nucleare - tra l’altro per la tesi ebbi il premio ANDIN consegnatomi da Edoardo Amaldi in persona, te lo dico perché è da allora che ho iniziato a diffidare dei premi - sono partito per il corso Ufficiali e durante il servizio militare a Sabaudia lessi il primo numero de L’Etichetta. Prima erano solo guide ai ristoranti e ai vini, che avevo imparato a memoria. 
Alfabetizzazione è un termine che non userei, ma in un certo senso credo sia nata con le condotte Arcigola: la loro creazione, la voglia di raggiungere ogni angolo d'Italia, coinvolgere persone che a quell'epoca manco sapevano cosa fossero il cibo e il vino. I primi giochi del piacere, aprile ’88, una cena-degustazione che si svolgeva contemporaneamente in ristoranti di tutta Italia. La organizzai l’anno dopo per la condotta di Novara che avevo fondato, ricordo che c'erano in assaggio La Corte di Castello di Querceto e Château La Louvière. Prima è preistoria: una fase pioneristica, di viaggio e ricerca, più culturale e quindi elitaria. 

Elitaria? 

Se guardi “La Gola” di Gianni Sassi, le firme e l’approccio, è una sorta di “Nuovi Argomenti”. Una palestra e in quanto tale non ha dato contributi alle cose concrete. Ma la stessa “Etichetta” di Veronelli era estremamente raffinata, tra i firmatari c’era persino Giulio Andreotti. Nel manifesto dello Slow Food, 1987, oltre Petrini e Bonilli, ci sono nomi della cultura e dello spettacolo: da Gina Lagorio a Francesco Guccini, da Dario Fo ad Antonio Porta o Gerardo Chiaromonte. 

Il tuo primo articolo? 

Per “L’Etichetta”, 1990, “Quei Bravi Novaresi”, ma in realtà il primo fu “La Rocca di Pieropan” che venne pubblicato in seguito. Francamente non ho mai fatto un'analisi di quei testi, non parlo solo dei miei, e ci vorrebbe un occhio distaccato. Non vorrei, ma credo che l'origine di molti mali di oggi stia proprio negli articoli di quel periodo. Dare al vino altri significati solo per fare sfoggio della propria "cultura" e quindi mettersi su un piedistallo rispetto al lettore. Ci voleva - e ci vuole - un attimo per diventare un venditore di elisir come nel vecchio west. C'è poi un'altra stortura ovvero la glorificazione a prescindere. Glorificazione che ovviamente non dispiaceva affatto ai produttori e allo stesso tempo rafforzava il piedistallo di chi scriveva. Poi, certo, ci si innamorava allora come oggi. Il paradosso è che oggi puoi, ma sono considerati dei cretini quelli che si innamoravano allora, nonostante fossero gli inizi. 

È difficile parlare con serenità di quei tempi: o il santino o il capro espiatorio. 

Veronelli ebbe sempre il buon cuore di non abbinare certe “divagazioni culturali” a una recensione di vino o, almeno, non nel modo in cui si fa oggi. E quanto all'oggi, la proposta di commentatori non è mai stata così ampia. I problemi sono la sciatteria del linguaggio fatto passare per linguaggio “giovane”, i contenuti orecchiati, la partigianeria, la mancanza di visione complessiva e, appunto, il voler tirare troppo e far diventare il vino una cosa che non è. 

Tornando a quei tempi, il ’95 è stato un anno fortunato: membro fondatore del Grand Jury Européen e Il Giornale. 

“Il Giornale” forse è la mia maggiore soddisfazione perché credo che nessuno, se non Paolini sul “Sole24ore”, avesse all’epoca uno spazio continuativo su un quotidiano. Mi riuscì anche di rifare il Giro d’Italia come lo aveva fatto Veronelli, che significò non seguirne una tappa perché facevo il percorso il giorno prima, in sala stampa non ci sono mai andato. Il Gran Jury fu una bella esperienza che aprì degli orizzonti nuovi, ma mi sentii anche piccolo piccolo. C’erano degustatori come Armin Diel, Joel Payne, Nico Waldbillig, Bettane e Desseauve, tutta gente preparatissima che sapeva fino al nome dello zio di terzo grado di tutti i produttori di Borgogna. Un conto è essere un bravo degustatore, essere affidabile, un altro conto è il bagaglio culturale. Allora, come ancora oggi, capivi quale era il grosso limite dei giornalisti italiani: essere focalizzati sui propri vini, mentre loro, certo non conoscevano quanto te i vini italiani, ma il 90% dei vini del mondo sì. Noi non avevamo alle spalle “Vinum”, la “Revue du vin de France” o “Falstaff”, e anche ci fossero stati i mezzi non ci sarebbe stato il pubblico per il racconto di determinati vini. Poi la differenza economica l’ho constatata quando ho lavorato per “Vinum” o per winetoday.com, il portale del “New York Times”: fu tramite Burton Anderson che non aveva alcuna voglia di fare la macchina da degustazione. È una persona che non ho mai ringraziato abbastanza e cui devo molto. 

Nel ’96 lasci Veronelli e l’anno dopo diventi editore. 

Con “Ex Vinis” alla Veronelli editore recensivamo i vini di tre anni prima, bell’esercizio ma inutile. “Enogea” I serie era la voglia di creare uno strumento che servisse. Una newsletter con le note di assaggio che, nel mio piccolo, facesse concorrenza alle guide: lanciò la rincorsa ad assaggiare i vini il prima possibile, prima degli altri, sempre prima. Erano gli anni, durati fino al periodo all’Espresso, in cui conoscevo dal microproduttore in fondo alla Puglia fino alla più grande Cantina Sociale, tutta la produzione, quanto gli avevo dato, da quanti anni…tutta questa perversione qui. Oggi l’offerta è tale che è impossibile e sei costretto a specializzarti e infilarti in un recinto. Al tempo, però, mi sentivo il più figo tra i fighi, poi capisci che è limitante e in sostanza fu il motivo per cui mollai L’Espresso così come avevo chiuso la prima serie di “Enogea”. Quando tornai con la II serie, nel 2005, le esigenze erano cambiate, ma i primi segnali erano già contenuti nella Guida de L’Espresso. 

Quali segnali? 

È la prima guida in cui non c’erano solo le degustazioni, ma parlavi delle Denominazioni, le spiegavi. Spiazzò completamente il pubblico, alcuni me lo dissero: cercavano le schede dei produttori che, invece, erano messe in coda, ed estremamente sintetiche. Certo non aiutò il fatto che premiai meno di 40 vini cercando di spiegare, inutilmente anche in questo caso, che in qualsiasi attività umana, dal cinema alla musica, è difficile trovare 300 capolavori ogni anno. Quando tornai con la seconda serie di “Enogea” nel 2005 l’esigenza era di andare oltre la macchina da degustazione, c’era la voglia di approfondire e provare a scrivere anche con registri differenti, fare più una rivista e iniziare il discorso dei cru. 

Ah, com’era la storia di Lugano e il Subbuteo? 

Ci sono solo due cose che ho realmente desiderato in vita mia e che non ho mai avuto. O forse mi sembra di avere desiderato solo quelle proprio perché mi sono state negate. Ho il ricordo di un Natale, all’Innovazione, di questo bellissimo Subbuteo su un tavolo, con tutti gli optional come lo potevi trovare solo in Svizzera e mai a Milano. Oltre le recinzioni i fari, gli uomini a bordocampo e gli spalti, tutto lo stadio con i tifosi, il tabellone. Io ci ronzavo attorno, ci tornavo ogni tanto a quel tavolo, ma niente, non ci fu verso di convincere i miei. 

L’altra? 

Il cappello da David Crockett. Lo vendevano alla UPIM di piazzale Corvetto. 
Così va il mondo. 


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Alessandro Masnaghetti (Milano, 1962), assaggiatore, giornalista e editore. Ha collaborato con Luigi Veronelli dal 1990 al 1996, come autore de L’Etichetta, come direttore della newsletter indipendente Ex Vinis e curando con Daniel Thomases la guida I Vini di Veronelli (1994/1997). È stato autore dei libri: Catalogo Veronelli dei Vini da Meditazione, Dizionario Veronelli dei Vini da Meditazione e Dizionario dei Termini enologici Veronelli. Membro fondatore e primo membro permanente italiano del Grand Jury Européen fino al 2000. Ha ideato e curato la Guida I Vini dʼItalia de LʼEspresso (2002/2003), ha collaborato con la Revue du Vin de France (2000/2002), Winetoday.com portale internet del New York Times, la rivista svizzera Vinum (1995/2000). È stato commentatore enologico per Il Giornale (1995/2000) e Mondo Economico (1995/fino alla chiusura). Come editore ha pubblicato e diretto Torpedo, prima rivista indipendente per gli amanti del sigaro (1998/2000), Enogea, newsletter bimestrale indipendente sul vino (1997/2002 - 2005/2015), la collana I Cru di Enogea, mappe delle principali zone viticole italiane, e i libri Barolo MGA e Barbaresco MGA, enciclopedie delle vigne di Langa. 
Hobby: fumare il sigaro, tentare di suonare il basso e andare in tandem (mountain bike).

posted by Mauro Erro @ 07:59,

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