Che Dio salvi il Nord Piemonte e i cronisti del vino

I quarantaduemila ettari vitati dell’Alto Piemonte della fine dell’Ottocento
erano diventati meno di 700 ottant’anni dopo;
è come se, in proporzione, l’Italia, isole comprese,
venisse ridotta all’attuale estensione della provincia dell’Aquila

Castagni, cerri, betulle, frassini, ailanti, ippocastani, ciliegi selvatici,
querce e robinie hanno rioccupato lo spazio che era loro
come se non aspettassero altro,
mentre i figli dei contadini, in transumanza verso le industrie tessili e metalmeccaniche
di Romagnano, di Ivrea, di Torino,
si lasciavano definitivamente alle spalle
il retaggio di una agricoltura ancestrale, povera e sfiancante,
quella dei loro padri.

Armando Castagno, da Boca, la memoria e la rinascita, Bibenda n. 30, febbraio 2009

Quello che leggerete di seguito è un estratto del materiale che, Armando Castagno, ha scritto in occasione del secondo appuntamento della Cantina dei Sogni svoltosi lo scorso venerdì 17 Aprile, dedicato ai vini del Nord Piemonte. Di seguito trovate le mie personali note sui vini in degustazione, che hanno goduto, ovviamente, delle sue precise e puntuali osservazioni.
Voglio ringraziarlo, anche in questa sede, per avermi ricordato il senso etico della testimonianza come necessità affinché non si dimentichi, non si perdano le tracce di territori, uomini, delle loro tradizioni, di vini così leggiadri e squisiti, di una cultura: dunque, per il suo voler essere semplicemente un cronista, uno scrittore di vino, e avermi dato la possibilità di invitarlo a Napoli, per sentire e fare ascoltare la sua testimonianza. (M.E.)

Dove inizia l’Alto Piemonte, dove finisce? Difficile dire; i tentativi di istituzione di una denominazione unica sono finora falliti o sono stati accantonati. Troppo complicato trovare caratteri di unitarietà in un distretto nato per convenzione tassonomica, dai confini così incerti, che tocca quattro province (Novara, Vercelli, Biella e Torino), diciotto matrici geologiche distinte, altitudini ed esposizioni diverse e in qualche caso diametralmente opposte, sommatorie termiche e luminose clamorosamente difformi. L’Alto Piemonte del quale ci occuperemo noi non comprende, nonostante la base ampelografica comune, la zona del Donnas, che culturalmente è un’isola e politicamente è in Valle d’Aosta; né, per scelta legata a fattori di natura geologica, la zona del Carema, che dista oltre 50 chilometri in linea d’aria da Gattinara (e 65 di strada), e solo 4 da Donnas. Tratteremo perciò delle sette denominazioni classiche poste a cavallo tra le province di Novara, Vercelli e Biella: le DOC Fara, Sizzano, Boca, Bramaterra e Lessona e le DOCG Gattinara e Ghemme.

L’uva

Tutte le denominazioni appena citate hanno una base ampelografica comune nell’uva Nebbiolo, localmente reperibile quasi solo nel biotipo detto “Spanna”.
Il Nebbiolo Spanna, come il Lampia e il Michet langaroli (presenti anche in Alto Piemonte, peraltro), la Chiavennasca valtellinese, il Picoutener valdostano e il Prunent ossolano, è vitigno dalle caratteristiche veramente singolari, che ne fanno forse il più grande autoctono italiano a bacca rossa per la produzione di vini atti al grande invecchiamento e alla proposizione della più evidente complessità aromatica lungo l’arco della loro evoluzione. Il suo ciclo vegetativo è infatti tra i più lunghi che si conoscano in Italia, partendo da una fioritura e da un germogliamento precoci, rispettivamente ad inizio aprile e ad inizio giugno, e caratterizzandosi per una vendemmia in genere tardiva, localmente molto tardiva (in Valtellina non è infrequente la raccolta novembrina). L’acino è alla fine medio-piccolo, ellissoidale, con buccia consistente e coriacea, molto ricca di pruina e di colore blu nerastro. E’ una pianta dalla vigoria naturalmente elevata, tuttavia infezioni e malattie possono a seconda della stagione limitarne la produzione in maniera sensibile. Il Nebbiolo ha inoltre la bizzarra caratteristica di presentare gemme basali (in genere le prime due) infertili o quasi, cosicché si inizia a contare gemme “utili” a partire dalla terza, con conseguente, forzata potatura “lunga”. Si trova bene con i portainnesti più diffusi; nelle Langhe la quasi totalità delle vigne a Nebbiolo sono innestate su 420A, Kober 5BB o SO4; in Alto Piemonte (così come nel Montello, nei Colli Asolani, nelle Colline del Prosecco di Valdobbiadene e Conegliano), il pH acido dei terreni comporta il rischio di assorbimento di metalli pesanti (Mn, Al, Cu) con danni all'apparato radicale e alle foglie. La scelta del portainnesto può essere decisiva per assicurare al vigneto una buona salute, ed ecco allora comparirne altri oltre a quelli citati, come il 3309 Couderc, il 110 Richter e il 161-49. Non hanno dato buoni risultati le prove effettuate con il 140 Ru, dalla eccezionale adattabilità ai terreni acidi ma che induce il Nebbiolo alla costruzione di un’autentica selva di foglie e vegetazione. Il Nebbiolo ha infine il suo nemico giurato nell’oidio ma teme due ulteriori avversari: le gelate primaverili, che arrivano quando la pianta ha già germogliato, e la muffa grigia, che può colpire il grappolo approfittando della sua compattezza, e della conseguente scarsa aerazione al suo interno.


Il territorio

La specificità più avvincente dell’intero territorio è senza dubbio data dalle differenze nell’origine e nella struttura dei terreni. Si tratta ovunque di materiale a reazione nettamente acida, con pH che dal 4,1 medio di Gattinara toccano il 2,85 a Boca; è un valore inferiore a quello dell’aceto. La pietra madre, durissima, ha matrici diverse a seconda della zona. […].
Nella sola zona oggetto dei tre disciplinari di produzione Gattinara, Bramaterra e Lessona, si individuano almeno dodici tipologie di terreno differenti, con presenza di porfidi, quarziferi e non, tufi, scisti cristallini, conglomerati, quarziti, calcari dolomitici, arenacei e marnosi, arenarie, vulcaniti e graniti; il territorio di Lessona e parte di quello del Bramaterra aggiungono alla lista inserzioni di sabbie e piattaforme silicee. Tale incredibile varietà, sommata alla naturale capacità del Nebbiolo e delle altre uve locali di “leggere” il terroir in maniera sorprendente, nonché alle ulteriori differenze di giacitura, esposizione ai venti e altitudine, regala una materia prima che nelle mani di vinificatori attenti e sensibili può trasformarsi in una “cartolina” dal territorio di provenienza; un’immagine di luminosità e nitidezza in qualche caso davvero toccante.

Le denominazioni

A fare da confine naturale tra le provincie di Vercelli e Novara è il fiume Sesia, sesto affluente del Po per importanza, e che ha natura spiccatamente torrentizia; in alcuni tratti, e nel periodo invernale, ha una portata d’acqua piuttosto importante, ed è soggetto a rovinose alluvioni (purtroppo verificatesi nel 1994 e nel 2000, di recente); d’estate, vive talvolta momenti di secca quasi totale, anche perché la zona, con le estese risaie che la contraddistinguono, ne utilizza in modo massiccio l’acqua per l’irrigazione.
A ovest della Sesia, 25 km circa a nordovest di Novara, ecco Ghemme; un piccolo paese sede di una denominazione di origine tradizionale, elevata a DOCG nel 1997 e, curiosamente, a partire dalla vendemmia 1996 (con effetto, dunque, retroattivo). Il disciplinare del Ghemme lo prevede anche come Nebbiolo in purezza; la percentuale minima di Spanna dev’essere del 75% e il saldo in percentuale libera tra Vespolina (largamente preferita) e Uva Rara (in via di rapido abbandono). Una strada provinciale, la 299 della Valsesia, attraversa l’abitato di Ghemme; praticamente senza soluzione di continuità, procedendo in direzione sudest verso Novara, si incontra immediatamente il silenzioso abitato di Sizzano, crocicchio di 1.400 anime anche lui con la sua brava (e storica) DOC. La quale, concessa nel 1969, è oggi assecondata da meno di 15 ettari di vigneto; il dato inspiegabile è che il disciplinare del Sizzano, adiacente al Ghemme per ubicazione dei vigneti, prevede una percentuale di Nebbiolo dal 40% al 60% e di Vespolina dal 15% (e dunque la sua presenza è obbligatoria) al 40%. L’eventuale saldo può essere solo di Uva Rara. La più meridionale delle DOC di questa zona è quella incentrata nel comune di Fara Novarese, che le dà il nome. Anche in questo caso la percentuale stabilita per legge lascia attoniti: quella farese è la sola denominazione comunale dell’intero Alto Piemonte a poter vedere in preponderanza l’Uva Rara (massimo 40%) sul Nebbiolo (dal 30% al 50%) e la Vespolina (10-30%). Le vigne del Fara, il cui areale di produzione comprende anche il limitrofo comune di Briona, occupano attualmente una superficie di circa 18 ettari, con confortante tendenza all’aumento. Sempre sulla sinistra orografica della Sesia, ma diversi chilometri più a Nord e isolata dalle tre citate, si trova la DOC Boca, che coinvolge l’intero comune omonimo più, limitatamente alle zone di accertata vocazione, quelli di Maggiora, Prato Sesia, Grignasco e Cavallirio, tutti in provincia di Novara. Il territorio di questa denominazione è senza dubbio il più fresco dell’Alto Piemonte, e salvo rare eccezioni le sue vigne sono mediamente quelle con la maggiore altitudine; il porfido del terreno è color rosa netto brillante. L’areale del Boca è praticamente inglobato nella Riserva Naturale del Monte Fenèra, che staglia precisamente sulla direttrice del Monte Rosa, dalle cui correnti fredde protegge i circa 15 ettari delle vigne del Boca. Il vino è un Nebbiolo in percentuale variabile tra il 45% e il 70%, con saldo di Vespolina (20-40%) e, facoltativamente, Uva Rara (0-20%). […]
Sono tre invece le denominazioni “classiche” poste a est della Sesia, ma anziché essere disposte secondo l’asse del fiume (Nord-Sud) esse si allontanano progressivamente verso occidente a partire dal suo alveo, che lambisce la più importante in assoluto: Gattinara. Qui, l’area vitata è di gran lunga la più estesa dell’Alto Piemonte (102 ettari), e il disciplinare DOCG data al 1990. Sotto il profilo geologico, l’area è la prosecuzione verso ovest dello stesso enorme blocco di roccia porfirica rinvenibile a Boca. Dal punto di vista qualitativo, è difficile negare la supremazia del Gattinara sulle altre DOC della zona. I vini sono austeri, autorevoli e profondi, con un tipico tratto ferroso o rugginoso che li rende inconfondibili; la loro longevità può risultare sorprendente. A Gattinara può utilmente essere studiata la differenza espressiva da un cru all’altro, e del resto la tradizione che vuole il vigneto d’origine riportato in etichetta è qui piuttosto risalente. Così, per l’appassionato che cerca dimestichezza con questi rossi, diventa possibile distinguere anche “alla cieca” un Gattinara “Osso San Grato” da un “Castelle”, un “Molsino” o un “San Francesco” da un “Valferana”, e via dicendo. Il Nebbiolo la fa da padrone in vigna come nel testo della DOCG: il Gattinara può prevederlo in purezza, e in effetti l’eventuale saldo (10%) può arrivare da uve Vespolina o Bonarda. Procedendo in direzione di Biella, e lasciata Gattinara, si entra nell’ampio areale del Bramaterra, l’unica delle sette denominazioni classiche dell’Alto Piemonte a non prender nome da un comune. La superficie iscritta all’Albo Vigneti è di circa 32 ettari, ma in teoria il “vigneto” del Bramaterra (istituito come DOC nel 1979) potrebbe allargarsi parecchio, contando sulle superfici di ben sette comuni, in provincia di Vercelli e Biella (Brusnengo, Curino, Lozzolo, Masserano, Roasio, Sostegno e Villa del Bosco). Il Bramaterra è Nebbiolo per il 50-70%, Croatina (20-30%), Bonarda e Vespolina, per un totale massimo congiunto del 20%. Chiude la sequenza di piccole denominazioni quella di Lessona, comune che dal 1992 è passato dalla provincia di Vercelli a quella di Biella. La superficie vitata sfiora i 10 ettari, e dunque si tratta della più piccola delle DOC dell’Alto Piemonte; la qualità della ancora minuscola produzione è peraltro assai alta. Il Lessona è Nebbiolo per almeno il 75%; il saldo, facoltativo, è composto in parti libere da Vespolina e Bonarda, a ratificare la situazione di fatto presente nelle vigne vecchie, in cui la coltura delle diverse varietà è sempre stata promiscua.
a
Armando Castagno


La Degustazione

Alcune considerazioni prima di iniziare: tutti i vini, seppure alcuni in annate giudicate difficili, hanno mostrato una bellezza leggiadra. Digeribilità, bevibilità, equilibrio, armonia, hanno trovato in questi calici perfetta definizione.
Acidità e sapidità ne caratterizzavano la struttura, con nostro sommo piacere.

Bramaterra 2002, Anzivino (60% Nebbiolo; 10% Uva rara, 30% Croatina)
Di fascinose trasparenze e rubino tono, il primo naso è caldo, disponibile, di nebbiolesca intonazione. Floreale quel che basta, arricchito da sentori di china e rabarbaro, giusto un pizzico di chiodi di garofano, sfuma leggermente in echi balsamici e rimandi di cenere e fumo. Al palato è snello, preciso, fluido, di facile bevibilità; l’annata non grande ne determina la persistenza finale di media lunghezza che lascia al palato una sensazione di immensa sapidità.

Lessona Omaggio a Quintino Sella 2003, Aziende agricole Sella (Nebbiolo 80%, Vespolina 20%)
Si tratta di una sorta di riserva prodotta solo in due annate: oltre questa, la ’99. Un'unica botte del Lessona San Sebastiano allo Zoppo che continua il proprio affinamento per un altro anno prima di essere commercializzato. Il tono rubino più cupo rispetto al precedente ci ricorda l’annata calda, difficile. Al naso urla la propria provenienza, Lessona com’è: note di radici e di mineralità ferrosa. Continua a raccontare liquirizia, pepe nero, scorze d’arancia rossa, creme brulè, leggermente carrubo e canfora. Al palato è largo, prende possesso del cavo orale con baldanzosa sicurezza: ottima acidità, ottima sapidità, il ritorno asciutto ci riporta a sensazioni floreali e di radici. Solo il tannino leggermente ruvido ci ricorda del 2003: splendida interpretazione di un’annata che ha mietuto celebri e rinomate vittime tra i vini italiani.

Gattinara Osso San Grato 2004, Antoniolo (Nebbiolo 100%)
Fanciullesco, la sua bellezza è sussurrata, da noi intuita: si farà. Rilascerà i suoi profumi e aromi pian piano, lentamente nel tempo. Ecco, si presenta come se fosse compresso, ma in un equilibrio incantevole: ruggine e sangue, dapprima, poi frutti rossi, rosa, cenere, acqua di rose, un sentore di tè, di carcadè. Al palato la struttura, la massa è di impressionante imponenza. Grande equilibrio in cui l’alcol, l’acidità, la sapidità creano una struttura perfetta, dove solo il tannino, di pregevole tessitura, non è ancor domo ma leggermente astringente. Lunghissima persistenza che ci riporta sulle sensazioni di frutta. Meraviglioso.

Boca 2004, Le Piane (85% Nebbiolo, 15 % Vespolina)
di bellezza estatica, immediata, cristallizzata. Subito arancia sanguinella, pepe nero appena macinato, spezie, una nota di cera, una leggere nuance di resina, poi ancora pompelmo, fiori, erbe officinali, menta piperita. Al palato è un’ode alla bevibilità, tannino leggiadro, acidità citrina che lascia al palato sensazioni di pompelmo e lime. Ottima lunghezza. Riporta alla mente insieme al Lessona di Sella, seppure in maniera diversa, vaghe rimembranze borgognone.
Confesso: una seconda bottiglia ha accompagnato una variazione di pizze partenopee finendo in men che non si dica. Stupefacente.

Fara Vecchie Vigne 2004, Dessilani (Nebbiolo 80%, Vespolina 20%)
di grande struttura e corpo, ampio, soffice, a maglie larghe. Il primo naso è caldo, l’alcol veicola i profumi di gelatina di ciliegia e geranio, i toni affumicati, quasi torbati di un buon whisky scozzese fanno da contorno, poi polvere di caffè e sensazioni balsamiche che si fanno più evidenti che negli altri bicchieri. Al palato è di gran corpo e di buon equilibrio, molto sapido, ha solo un leggero ritorno di alcol nel finale.

Ghemme Collis Breclemae 1996 Antichi Vigneti di Cantalupo (Nebbiolo)
una nota di riduzione ne pregiudica inizialmente il naso, ma con l’ossigenazione verrà fuori tutta la sua particolarità: erbe officinali e sangue, note empiremautiche, carne arrostita e note selvatiche, una nota d’arancia, poi, inaspettatamente, salmastro, capperi, olive. Al palato ha grande eleganza: chiude come tutti gli altri, lasciando tanta sapidità, come se avessimo ciucciato dei sassi.


Si ringrazia per la gentile disponibilità Nicola Lucca Dessilani, Lorella Antoniolo, Emanuele Anzivino, Gioacchino Sella, Christoph Kunzli dell’azienda Le Piane e Alberto Arlunno dell’azienda Antichi vigneti di Cantalupo.

Si ringrazia L’Associazione Italiana Sommeliers Napoli

Nota: Le foto dei luoghi sono di Armando Castagno, quelle della serata di Adele Chiagano (per una migliore resa delle immagini, cliccateci sopra)

posted by Mauro Erro @ 13:23,

2 Comments:

At 23 aprile 2009 16:11, Anonymous Anonimo said...

Grazie mille per il completo e accattivante resoconto. Aumenta ancora di più il rammarico per essermi perso la serata e per la dannata influenza che mi ha bloccato. Alla prossima, Paolo D.C.

 
At 11 maggio 2009 12:13, Blogger Daniela di SenzaPanna said...

Armando è una garanzia.
Non conoscevo questo blog (mancanza mia, lo ammetto). Complimenti.

 

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