Il centrocampista totale. Napoli - Chievo

Marek Hamsik (Getty Images)
 
Prima con il destro vede il corridoio per Callejon (6+) che, al volo, appoggia dietro per Manolo Gabbiadini (6 ½): l’interno sinistro del bergamasco disegna la parabola prediletta mettendola alle spalle di Sorrentino. Poi, s’infila nella difesa veronese e, lanciato da Insigne (6), stoppa a seguire, guarda per un attimo il portiere e, stavolta di sinistro, la spara nell’angolo lontano talmente forte da farla passare tra le sue mani. Marek Hamsik (7 e un quarto), da buon capitano, si prende il Napoli e lo porta con sé siglando anche il 100esimo gol con la maglia azzurra. Non bastasse, gioca anche uno scampolo di partita come metodista al posto di Jorginho (5 ½) nel centrocampo più bello d’Italia a cui ancora manca Rog, Diawara e l’eclettico Giaccherini, (di)mostrandosi come il centrocampista totale, un gradino sopra gli altri, dispensando con scioltezza tocchi, lanci e gol. È tutta qui Napoli - Chievo, durata 45 minuti, mentre nel secondo tempo si assiste ad una partita parrocchiale, sarà forse che gli oratori non ci sono più. Speriamo di curare quanto prima questa sindrome da rilassamento, questa mentalità sbagliata tipica di un meridione che si contempla smarrendo la sua bellezza. Per il resto ho annotato: la notizia senza fatto: il conflitto tutto interno, i dissidi, gli schieramenti, le contrapposizioni tra Sarri e De Laurentiis. Un tempo di queste cose si occupava la rosa di Milano, adesso non occorre più, ci pensano i nostri che, poi, vorrebbero pure insegnarci come essere cosmopoliti. Fanno il paio con quei tifosi che c’erano, ma non ci sono più per protesta, con quelli che ci sono, ma inveiscono incessantemente dalla curva: esistono solo per essere contro, per lamentarsi e basta, dimenticando che siamo la squadra più bella d'Italia, l'unica al momento imbattuta. A tutti costoro un bel quattro a lettere, non sanno cosa è la gioia della bellezza e cosa si stanno perdendo: Napoli che si libera di Masaniello. Speriamo che diventino passato quanto prima. Invece, la notizia con fatto è: Gabbiadini esulta.

Sesta di campionato.  Napoli - Chievo 2 a 0.

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Pinot bianco Vial 2010, Kellerei Kaltern - Caldaro

L’ho già scritto e detto molto spesso: l’Alto Adige è tra le regioni più solide da un punto di vista qualitativo, indifferentemente dal produttore, dal vino e dal vitigno, dai gusti personali, quando si sceglie una bottiglia di queste zone il rischio di bere male è assai remoto. Merito di una grande sapienza tecnica che ha le sue lontane radici nella creazione dell'istituto agrario di San Michele all'Adige, il 12 gennaio 1874, nato con lo scopo di promuovere l'agricoltura tirolese. All’Alto Adige va ascritto anche un altro merito: l’alta qualità di tante cantine cooperative, una concentrazione difficilmente riscontrabile in altre zone d’Italia. 
Il meglio che questa regione offre sta sicuramente nei tanti bianchi proposti e molto apprezzati dai consumatori, soprattutto per l’esuberanza aromatica di tanti suoi vitigni e vini, dal gewürztraminer al sauvignon blanc, dal müller thurgau al kerner, dal sylvaner al riesling, e via così in ordine sparso.
Talvolta un po’ “freddi”, manchevoli di personalità ai palati più smaliziati, ma tecnicamente e stilisticamente corretti per chi non cerca la luna sempre e comunque. Ovviamente siamo nel campo delle generalizzazioni ed è altrettanto ovvio che esistono le eccezioni: molte delle quali s’incontrano quando si parla di pinot bianco, dal quale si ricavano alcune delle più belle bottiglie non solo dell’Alto Adige, capaci di mettere d’accordo il semplice bevitore con l’appassionato più accanito.
Dal generale al particulare arrivo alla bottiglia bevuta l’altro giorno della Kellerei Kaltern - Caldaro che, dal 1992, unisce due delle cantine storiche del territorio: la Bauernkellerei (Cantina dei contadini) e la Jubiläumskellerei (Cantina del Giubileo), entrambe nate ai primi del novecento. Un vino a cui davvero non mancava nulla nei profumi (fruttato, floreale, con sentori di mandorla e noce, note di erbe aromatiche, un tocco leggerissimo di tabacco e ancora e ancora) e al palato: saporito, grasso, teso, lungo. Per chi ama i numeri ne indico un paio: 90/centesimi, il punteggio che gli avrei affibbiato, e 10 euro, il prezzo in enoteca, giù per su, che pagai all’epoca dell’acquisto.

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Assenze ingiustificate e ingiustificabili, Genoa - Napoli

José Manuel Reina

Prendete intensità e ritmo macinate finemente, procuratevi marcature a uomo a tutto campo - da tempo non se ne vedono - aggiungete un pizzico di sfortuna, una manciata di imprecisione e un arbitro scadente, all’occorrenza utilizzate le mani di Pepe Reina: miscelate per 90 minuti, adagiate su un fondo irregolare e servite uno 0 a 0 croato in salsa genoana. La partita a Marassi (4 meno un quarto) è tutta qui: su un campo difficile per l’applicazione degli avversari e scandaloso per la serie A: se quello di Holly e Benji era curvo questo ha lo scalino. Ne consegue che Holly si rifiuta di giocare ma almeno Benji Reina (7) scende in campo e con due interventi negli ultimi 5 minuti ci salva dalla beffa. Il Napoli (6 e un quarto) schiera la squadra ideale, al momento, per prendere i tre punti e mantenere la vetta, dimenticando però di schierare un presidente - assente giustificato - e un direttore generale - assente ingiustificato. Certo non ci avrebbero aiutati in campo, ma almeno fuori avrebbero evitato che i continui fuorigioco della D’Amico, di Mazzocchi e di Riccardo Ferri (15 diviso 3) irretissero mister Sarri (6): stavolta non esente da qualche colpa, perché l’unico modo per evitare l’ingorgo stradale messo in piedi da Juric (6 ½) in Via del Piano era quello di allargarsi sulle vie laterali, e invece ci si arena nel mezzo. Lo fanno benissimo i genoani, invece, con Lazovic da un lato e Ocampos dall’altro, ben istruiti dall’allenatore croato che ha capito che per mettere in difficoltà e allargare le maglie del Napoli i rapidi cambi di gioco sono tra le poche armi a disposizione. Per il resto ho segnato nel taccuino: la traversa di Hamsik (6+), quel po’ di egoismo di Callejon (6), l’assenza di Insigne (4) rimasto in Belgio, i due rigori, ingiustificabili, non assegnati. Ah, qualcuno avvisi Rigoni che la partita è finita e che può rilasciare Jorginho. 

Quinta di campionato. Genoa - Napoli 0 a 0. 

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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O.P. ossia Il vero Bevitore, Paolo Monelli, Longanesi & C. 1963

Paolo Monelli

O della bibliofilia, avrei potuto aggiungere, intesa come amore per i libri e come disturbo psicologico che riguarda me, e ha riguardato anche Paolo Monelli: giornalista, scrittore e buongustaio, autore di due classici della letteratura gastronomica. Nato a Fiorano Modenese il 15 luglio del 1891, studiò al liceo classico Minghetti di Bologna prima di tentare l’ammissione all’Accademia di Torino per intraprendere la carriera militare sull’esempio del padre, il tenente colonello Ernesto, direttore dell’Ospedale militare di Bologna. Fu però respinto e conseguì in seguito la laurea in Giurisprudenza. Sin dai tempi del liceo iniziò una collaborazione al Resto del Carlino dove fu assunto come stenografo nel 1912: aveva frequentato dei corsi serali per sfuggire al divieto del padre di uscire di casa. “Al stenograf intellettuèl” lo definiva Mario Missiroli, direttore del giornale, perché a differenza dei colleghi aveva frequentato il liceo.

Prima edizione Longanesi 1963


Nonostante fosse militesente in quanto figlio unico - il fratello morì nel 1913 - partì come volontario arruolandosi negli alpini nella prima grande guerra e gli fu conferita per tre volte la medaglia al valore: partecipò alle battaglie in Valsugana e dell’Ortigara, promosso fino ai gradi di Capitano e posto al comando della 301ª compagnia del Battaglione Alpini Sciatori, "Monte Marmolada", nella disfatta di Caporetto. Il 5 dicembre del ’17 cadde prigioniero insieme ai pochi superstiti della sua compagnia, sfiniti dal gelo e dalla fame e fu condotto a piedi prima a Trento, poi al castello di Salisburgo da cui tentò invano due volte la fuga. Fu al congedo nel 1920 che iniziò la sua carriera di giornalista e di scrittore, con la collaborazione alla Gazzetta del Popolo da inviato - nei giorni di prigionia aveva conosciuto il redattore capo: a Vienna, in Cecoslovacchia, Polonia, poi a Berlino. Collabora in seguito con La Stampa e con il Corriere della Sera di Ojetti, ma è alla redazione de L’Alpino che conosce, alla fine degli anni ’20, il reduce, e disegnatore, Giuseppe Novello con il quale la prima collaborazione sarà La guerra è bella ma scomoda. 46 tavole di Giuseppe Novello con commento di Paolo Monelli, pubblicato a Milano, nel 1929, da Treves.



Alla Gazzetta del Popolo tornerà nel 1930, dopo il licenziamento dal Corriere in seguito all’articolo sulla crisi del regime di Miguel Primo de Rivera, avviando due anni dopo una rubrica a salvaguardia dell'italiano, riflessioni che confluiranno nel volume Barbaro dominio (Hoepli, 1933), e collaborando all’inserto umoristico del sabato Fuorisacco che ospitava le tavole di Giuseppe Novello, Augusto Camerini, Sto (Sergio Tofano), Livio Apolloni, Paolo Garretto e, tra gli altri, i racconti brillanti di Achille Campanile. La raccolta prenderà il nome de Il ghiottone errante (Treves, 1935), in cui Monelli e Novello (astemio e inappetente) sono protagonisti e narratori di un tour enogastronomico in tutta la penisola italiana. Sarà solo nel novembre del 1963 che Longanesi, per la collana La Vostra Via - Manuali e trattati del viver civile - pubblicherà il secondo libro di Paolo Monelli (dopo Il Ghiottone Errante) dedicato all’enogastronomia, stavolta tutto incentrato sulla figura dell’Optimus Potor: O.P. ossia Il vero Bevitore, arricchito da 13 disegni di Giuseppe Novello e da 12 tavole fotografiche fuori testo (pag. 313). 

Il ghiottone errante, Milano, Treves 1935

Il libro, molto ricercato dagli appassionati, è rimasto esaurito e fuori catalogo per oltre 50 anni fin quando è stato nuovamente pubblicato da una piccola casa editrice, Il Novello, per la collana Barrique, sul finire del 2015. Ne sono felice, ma peccato per quel crudele errore in quarta di copertina riportato in ogni dove su internet, da Amazon a Ibs fino ai più improvvidi recensori copia-incollatori: Optimus Potor, il bevitore per eccellenza: Paolo Monelli dedica se stesso in questo volume, uscito a puntate per la Gazzetta del Popolo e successivamente edito da Treves nel 1935 […]. Eppure, per non confondersi, sarebbe bastato arrivare a pagina 31 quando Monelli cita Hemingway che in Across the river and into the trees (Di là dal fiume e tra gli alberi) scrive del Valpolicella “cordiale come un fratello con cui si va d’accordo”: la prima edizione del romanzo di Hemingway fu edito da Scribner a New York solo nel settembre del 1950. Speriamo che prima o poi si ponga rimedio all’errore, ancor più crudele in questo caso, considerando l’amore e la patologia di cui Paolo Monelli era affetto come me: i libri: 11.000 volumi, oltre i giornali e le riviste, che furono donati alla sua morte, nel 1984, alla biblioteca statale Antonio Baldini di Roma e che fanno parte oggi del Fondo Monelli.

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Napoli est. O di Napoli - Bologna

Arkadiusz Milik

Il Napoli (6 ½) incontra il Bologna in campionato, dopo gli impegni di coppa e la partita di Kiev vinta con sofferenza, in un San Paolo (4) semideserto. A quelli che c’erano, sette: scritto in lettere e senza parentesi. Lo stesso voto prende De Laurentiis: quale dei tanti Aurelio? Non l’eterno bambino con l’irruenza delle dichiarazioni del dopo: sapesse contenere la superbia e l’eccitazione che gli vengono dalla rabbia o dalla gioia, il voto sarebbe più alto. Neanche lo stesso bambino che con la sua capacità d’immaginazione - d'altronde fa cinema - costruisce, con Giuntoli quest’anno, una squadra competitiva e bella. Il voto è per l’uomo politico che alza i prezzi dei biglietti portandoli nella scia dei grandi club europei, spettacolo e risultati lo permettono, nonostante lo stadio San Paolo non lo consenta, mettendo così in un angolo il comune di Napoli. In gioco due visioni molto diverse del futuro del calcio in città. A proposito d’irruenza e tifosi: quattro e mezzo - sempre in lettere e senza parentesi - a quelli che all’indomani della partita di Kiev si sono offesi per le critiche al gioco e che hanno trovato voce in un pezzo di De Giovanni Maurizio (3 ½) sul Corriere del Mezzogiorno. Mostrano l’incapacità al confronto e la mancanza di ambizione nel voler migliorare: in poche parole il provincialismo, considerando l’interlocutore: Sacchi (con Pistocchi) il nostro primo tifoso - a cui Sarri e i fatti danno ragione. Al permaloso estensore del sentimento un voto in meno per il linguaggio. L’ironia e il sarcasmo sono una cosa, deridere, un’altra. Anche perché chi ha fatto e chi no si sa, ed esporre il proprio lato ridicolo è un attimo. Sembrano, per restare nella sua metafora e spiegarne lo stile complicato, gli appunti di un avvocatuccio manzoniano che arringa. E anche in tema di Diritto, a Napoli, abbiamo ben altre tradizioni. E Napoli - Bologna? Sono aumentati i piedi buoni, il tasso tecnico, le alternative e siamo davvero belli: pure troppo. Talvolta, narcisi, ci accontentiamo e, complice l’inesperienza nel gestire le pressioni dei tanti impegni importanti, perdiamo tensione, manchiamo di cattiveria agonistica. Occorre sostenere Gabbiadini (5), per noi fondamentale, e non criticare troppo Reina (un intervento effettuato da 7 e uno mancato da 3. La media fa 5) per mancanza di alternative. Tra le cose belle ho segnato: la maturità di Hamsik (7 meno un quarto), le accelerazioni di Zielinski e quelle di Ghoulam (6 ½ per entrambi), il fisico bestiale di Milik (7 ½): due gol di sinistro, uno di tecnica e l’altro di potenza. La copertina è sua, ma dietro, come Speedy Gonzales, sfocato appare Callejon (7): ormai avvistato ovunque. 

Quarta di campionato. Napoli - Bologna 3 a 1.

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Gli italiani e il vino negli anni ‘50

Mario De Biasi, Gli Italiani si voltano, Milano 1954

- Il 47% delle donne beve acqua, il 30% vino. 
- il 3% degli ultrasessanteni (per età i più forti bevitori) beve più di ¾ di litro a pasto. 
- il 65% degli agricoltori assume vino a mezzogiorno contro il 33% dei professionisti. (il 42% della popolazione attiva è impiegata in agricoltura, il 32% nell’industria, il 25% nel terziario - prevalentemente donne).
- Il 54% degli intervistati predilige i bianchi frizzanti, il 48% ama il vino bianco amabile o abboccato piuttosto che secco, il 45% rossi frizzanti.
- Le classi meno abbienti preferiscono il rosso: 50%. 
- A tavola il 49% beve vino, il 39% acqua, il 10% acqua minerale fatta con polverine, il 4% degli italiani acqua minerale in bottiglia. 
- il 33% degli italiani acquista vino sfuso - anche a credito, fine mese - da cooperative, spacci, osterie e dai produttori, il 13% in fiaschi tappati, il 5% in bottiglia, il 3% in bottiglione. 
- il 58% di tutti gli adulti (il 76% dei bevitori) consuma meno di mezzo litro al giorno. 
- Gli astemi sono più numerosi tra i poveri e le donne. 
- Il 76% degli italiani fa il pasto principale a pranzo, in casa, il 72% non mangia tra un pasto e l’altro, e se beve prende in ordine d’importanza: vino, caffè, acqua. 
- 870.000 famiglie non consuma vino (né carne né zucchero), 1.000.000 di famiglie in quantità minime. 
- il 79% degli intervistati dichiara di non parlare mai di politica a tavola, o di farlo raramente, il 73% di ascoltare sempre la radio, o di farlo per buona parte del pasto. 

Dati Doxa settembre 1951, febbraio ’52, maggio ’54.

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I 50 migliori vini italiani, dicono

Mario Giacomelli, da "Io non ho mani che mi accarezzino il volto" (1961-1963)

“Da qualche tempo mi sono imposto di non commentare più certe classifiche perché ad essere troppo schietti ci si fanno troppi nemici” *.

Quando ho letto questo incipit ho pensato che, nonostante non impazzisca per premi e classifiche**, due parole le potevo scrivere. Innanzitutto, proprio per lo sfizio di farmi dei nemici, se così deve essere e se così bisogna pensarla: visto che oggi è difficile scrivere per i soldi, perché si è pagati per farlo, dico, almeno lo sfizio di dir qualcosa, altrimenti che si scrive a fare. E poi perché pure capita che qualcuno una opinione in merito a questi premi e queste classifiche me la chieda. 

Parliamo in questo caso del Best Italian Wine Awards 2016, i 50 migliori vini italiani secondo Luca Gardini e Andrea Grignaffini, e un panel composto tra gli altri da Tim Atkin, Christy Canterbury, Raoul Salama, Daniele Cernilli, Pier Bergonzi, Antonio Paolini, Marco Tonelli e Luciano Ferraro che ne da notizia qui sul Corriere della Sera. Senza scomodare Goffredo Parise come fa Ferraro - l’articolo “Il rimedio è la povertà" di Parise pubblicato proprio sul Corriere il 30 giugno 1974 chiarisce il suo approccio al cibo e al vino, e non mi pare il caso di metterlo in mezzo per queste cose qui - e senza volersi fare nessun nemico tra gli illustrissimi e/o eminentissimi assaggiatori, alcuni dei quali pure conosco, si può dire che la classifica dei 50 migliori vini italiani è poco utile alla gran parte dei consumatori. Per svariati motivi, ma il principale è per la mancanza di coerenza di giudizio, (su cui scrivevo l’altro giorno, anche se in questo caso si va ben oltre). Non è solo questione estetica, si premiano filosofie, interpretazioni, prospettive completamente diverse senza darne conto e spiegandolo al lettore ma, peggio, si mettono insieme tipologie diverse come un Brunello di Montalcino, un vino liquoroso invecchiato o un bianco macerato friulano: un’insalata mista. A memoria, per quanto non sia tipo da classifiche, non ricordo che si arrivi a tanto in altri campi: una classifica assoluta che metta insieme Verdi ed Eros Ramazzotti o un saggio di Croce, un romanzo di Baricco e una poesia di Caproni. 
Fatta così ho l’impressione che serva ben poco al consumatore. Non so ai produttori, agli sponsor o a chi la redige. 

E poi: proprio Best Italian Wine Awards bisognava chiamarla? (Renzie ne sarà entusiasta). 

*Alessandro Morichetti, Intravino, qualche ora fa. 

**Le mie lettrici suore domenicane non traducano questo vecchio e cinico detto americano: Literary and journalistic prizes are like hemorrhoids. Every asshole will get one sooner or later. Si può parafrasare per qualsiasi altro premio a proprio piacimento.

posted by Mauro Erro @ 12:14, , links to this post






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