Si è sempre gli enofighetti di qualcun altro


 
Ormai si può fare vino con tutto (cfr. I. Bergman, “il mosto delle fragole”) ma se capitate in un gruppolo-grappolo d’esperti per cui un più marcato goudron distingue Château Chapeau da Château Chameau, non dite che vi mando io. Semmai citate un collega irlandese, tale James Joyce: “Ognuno ha i suoi gusti, come disse Morris quando baciò la vacca”. 

Gianni Mura, Sense e nonsense, gennaio 1987.
Il Consenso,  trimestrale del Seminario Permanente Luigi Veronelli.

Quando ho letto che gli enofighetti sono un fenomeno recente, mi sono ricordato di questo passaggio di un articolo di Mura. Sono abbastanza sicuro che se mi mettessi a setacciare tra le carte di Plinio qualcosa di simile la troverei ugualmente. Ma accontentiamoci del Gianni nazionale: gennaio 1987, qualche settimana prima, dicembre ’86, allegato a Il Manifesto esce per la prima volta il Gambero Rosso; in luglio a Bra nasce Arcigola con 22.000 iscritti. 
Vien da chiedersi: ma come si schiva l’etichetta di enofighetti? Bisogna ripudiare la Borgogna? Dire che i crucchi son ciucci? Negare l’esistenza dei macerati? Come si sfugge all’accusa che ogni tanto compare qua e là di circoli carbonari? Quando si stappa una bottiglia o si fa una degustazione bisogna affittare una sala dell’Holiday inn e invitare una platea di 265 commensali? 

Il punto è che se esistono gli enofighetti esiste anche una maggioranza silente che ci circonda e che, di volta in volta, beve Brunello, Amarone o Prosecco, oppure boccioni da 5 litri e vini variamente imbottigliati acquistati in ameni supermercati: maggioranza rappresentata dal critico di turno che se la ride degli enofighetti considerati neanche minoranza, ma tribù. 
Ora, tutto ciò in che modo può interessarci? Non dovrebbe nei risvolti commerciali o mercantili, nonostante qualche volta qualche critico sbotti: “io sposto bottiglie e fatturati”. Un consiglio gratuito: converrebbe diventare agenti di commercio o proporsi a una ditta di traslochi. 

Il tema non è affatto recente ed è una questione estetica che va al di là del vino e che da sempre interessa i filosofi, bontà loro, sin dai tempi di Platone, passando per Hume ed arrivando ad Agamben, bordeggiando diversi argomenti: il rapporto che c’è nel gusto tra soggettivo ed oggettivo, tra maggioranza e minoranza, tra reazionari ed avanguardisti, ecc. ecc. 
Se guardo ai numeri sono circondato da persone che leggono Fabio Volo e Sofia Viscardi, il che vuol dire che un critico che ne tessa le lodi ha di conseguenza qualche valida ragione estetica? E la maggioranza che legge la Viscardi è la stessa che legge Camilleri? E se dico che Daniele del Giudice è un’altra cosa sono un fighetto? Tra questi estremi ci sono innumerevoli sfumature e passare per raffinato, snob, fighetto è un attimo e neanche te ne accorgi. 

Credo sia banale osservare che non è il numero di copie o di bottiglie vendute, né il numero di mi piace su una bacheca facebook ad essere un valore estetico in sé, cercando di tenersi lontani da tentazioni di apriorismo avversativo e dal conformismo di certo anti-conformismo. Ma a rischio di esser tacciati di fighettismo credo che sia proprio tra i doveri del critico parlare a quella maggioranza non meglio identificata più dei Del Giudice che rincorrendo i Fabio Volo, o interessarsi di ciò che scrivono critici dalle prospettive dispari, di certo non accomodanti nel linguaggio o nei vini che scelgono, siano essi ossidativi che interessano alla nicchia o Grand Cru di Borgogna. Tenendo sempre a mente che “Ognuno ha i suoi gusti, come disse Morris quando baciò la vacca”.

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La critica straniera



Inesorabile arriva la domanda degli amatori più appassionati: hai letto cosa ha scritto Meadows dell’ultima annata a Pommard? Che ne pensi di Antonio Galloni?  
Solitamente sfuggo con un secco non ne penso, non ho letto, per non imbastire una discussione molto lunga in un momento inappropriato. 
La prima cosa che ho sempre rilevato in queste domande è la curiosità verso i critici anglosassoni, curiosità che diviene appena palpabile per quelli italiani, quasi assente per i francesi: evento raro che qualcuno mi chieda un’opinione sulla La Revue du vin de France o su un articolo di Michel Bettane. Ed è certo un paradosso visto che il 90% delle volte si parla di vini francesi o italiani. 
È un normale processo di acculturazione che deriva probabilmente dalla fascinazione del potere di cui godono alcuni di essi. Hanno il vantaggio di scrivere nella lingua che mette in comunicazione il mondo, l’inglese, di rivolgersi in ogni caso a un pubblico già numeroso, quello americano, e a un mercato storicamente ritenuto autorevole, quello britannico. Per questo una loro recensione positiva può incidere sulle sorti di un produttore. Capisco quindi che oggi l’interesse dei viticoltori nostrani in un mercato globalizzato sia rivolto quasi esclusivamente ai critici anglosassoni. Ciò detto, se capita che tra critici e viticoltori della stessa lingua si assista a un dialogo tra sordi, con quelli stranieri mi è capitato di ammirare scene di incredibile ilarità. 

Michel Bettane - foto Enogea

Perché al di là dei risvolti mercantili della faccenda, rimane la degustazione e la conseguente recensione, e chiunque abbia avuto modo di assaggiare con critici di altra nazione sa bene che le prospettive estetiche possono essere molto diverse. Questo perché la degustazione non è solamente un tentativo analitico, ma anche un processo culturale. Ho ripescato una frase che avevo appuntato, non ricordo se di Emile Peynaud, che rende subito l’idea: “Gli italiani sono in genere più tolleranti con il gusto amaro, gli americani con il dolce, i tedeschi con l’anidride solforosa, i francesi con il tannino e i britannici con i vini decrepiti, mentre gli australiani tendono a essere particolarmente sensibili ai mercaptani, e gran parte degli americani ritengono che un sentore di erbe sia un difetto più che una caratteristica”. 
Una generalizzazione, certo, non so quanto rappresentativa, ma contiene sicuramente un’opportuna riflessione. Di esempi se ne potrebbero fare altri, e tra i tanti ho scelto quello della ruota degli aromi di Ann C. Noble, professoressa all’Università di Davis in California, una mappa sintetica ma efficace dei profumi del vino, molto più di certi tomi in cui può capitare di imbattersi in libreria. A ben osservarla è sfumata la distinzione che siamo abituati a fare in Italia tra aromi primari, secondari e terziari, con tutto ciò che ne può derivare in termini di deduzioni. 

Ruota degli aromi del vino - Ann C. Noble

Ovviamente il discorso è ampio e gli aspetti culturali della degustazione possono essere molteplici, senza contare che ogni critico si nutre di un percorso personale e ha un suo particolare punto di vista, e ciò complica non poco la reale fruizione del suo operato: la recensione. Perché anche il linguaggio fa parte di quegli aspetti culturali, e chi ha consuetudine nella lettura delle note dei critici anglosassoni come di quelli italiani conosce le inevitabili differenze. 
A voler fare una rapida e insufficiente analisi semantica di quelle che si possono leggere in Italia oggi si assiste a fenomeni di polarizzazione. Da un lato un linguaggio estremo, molto libero e ricco di metafore, ma spesso altrettanto rapido nel produrre effetti di ilarità, esporre il proprio lato ridicolo, reazione ad un linguaggio ritenuto rigido, stantìo e soffocante. Dall’altro l’austerità dei critici riconosciuti che, nelle pubblicazioni cartacee, poco si discosta dalle convenzioni acquisite: un codice ben definito, che cerca di semplificare le cose, in un clima culturale generale tendenzialmente conformista che in passato ha etichettato certe libertà letterarie di Veronelli esclusivamente come provocazioni. 
È improbabile, insomma, riscontrare l'emancipazione che si ritrova in certe espressioni anglosassoni, che ci si possa imbattere nell’abusata metafora della cattedrale gotica o che si possa leggere di uno Cheval Blanc del 2009 alla maniera di Jancis Robinson che lo ha definito "quasi come un bambino cui è stato detto di concentrarsi ed esercitarsi al pianoforte".

Jancis Robinson - foto Financial Times

Giunti qui, posso anche rispondere alla domanda iniziale: si, mi capita di leggerli, ma solo in ultima istanza. Continuo a preferire, con tutti i suoi limiti, la vituperata scuola italiana, poi quella francese. Leggo alcuni critici inglesi o americani poco impressionato anche da certi punteggi svettanti, con la curiosità di verificare le riflessioni di persone molto competenti, spesso più di me sui luoghi celebri del vino, ma che sono altro da me, cercando di capirne le prospettive e di tradurne, per quanto possibile, il linguaggio.

posted by Mauro Erro @ 12:37, , links to this post


Le due partite: Empoli - Napoli



È come se il Napoli in campionato ne avesse già giocate una cinquantina. Due partite in una, spesso. Guardi al cronometro, vedi che son passati solo 15 minuti e pensi come sia possibile dato che il Napoli ha già macinato gioco, passaggi, azioni da rete in numero tale che alle altre squadre del campionato non basterebbe una partita intera. 

C’è un Napoli che in un tempo fa girare palla e avversari come un flipper, che grazie anche all’Empoli Sarriano di Martusciello - pressione, ritmo e difesa alta - ci lascia lo spazio per giocare e arrivare fino sotto porta a uno o due tocchi al massimo. Bellissimi sul palleggio, e su tutti Insigne (8), Mertens (8), che tira un rigore e una punizione inspiegabili, e Callejon (7) tornato infaticabile in difesa e pungente - con piroetta - in attacco. Ne facciamo tre, sbagliamo un rigore, e nonostante Allan (6) e Chiriches in fase di costruzione perdano qualche palla di troppo, l’Empoli è un comodo avversario. 

C’è un Napoli che si assopisce, che manca di cattiveria, che arrogantemente stacca la spina, che quasi perde i tre punti. L’Empoli aveva fatto nell’intero campionato cinque gol in meno di Mertens. Ieri due, tutto demerito nostro, sicuramente di Reina, Chiriches e Ghoulam (che in tre fan 15). S’arrabbia Hamsik nelle dichiarazioni, ammette i proprio errori Sarri: Jorginho non andava tolto. Troppo spesso fuori posizione il giovane Diawara, si perde gli uomini alle spalle, acerbo sull’impostazione. Ma neanche Insigne andava tolto per uno Giaccherini (5) inutile: con Hamsik il napoletano è tra i pochi che riesca a tener palla, che riesca a far salire la squadra, e anche ad inventar gioco. Tardiva e nel momento sbagliato la sostituzione di Milik. 

Il risultato delle due partite è una media che arriva alla sufficienza, e da cui scaturiscono tre punti fondamentali. 

Ventinovesima di campionato. Empoli - Napoli 2 a 3

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Playlist



Barbera d’Alba Morassina 2014, Giuseppe Cortese **** 
A bottiglia coperta, alla prima snasata, dopo un veloce assaggio, diresti un piccolo Barbaresco per quella sua austera ed elegante compostezza e maturità, per lo speziato scuro e per il tannino. Poi scopri che è barbera e solo con l'ossigenazione trovi la violetta e accennate note linfatiche. Bocca compatta, tannino che frena sul finale. Circa 15 € in enoteca.

Verdicchio dei Castelli di Jesi Podium 2013, Garofoli **** 
Ricco, opulento, potente, lineare e fedele, abbastanza ampio e un po’ scolastico. In bocca rotondo, grasso, compatto, leggera derapata alcolica sul finale ammandoralato. Circa 15 € in enoteca.

Fiano di Avellino 2005, Marsella **** 
Citazionismi: incrocia il grasso e il calore mediterraneo del Palette bianco di Chateau Simone, le erbe, il cedro, e il meglio dell’ossidazione nobile di un bianco di Lopez de Heredia, le note di frutta secca: vini che fanno legno tra l’altro, come diresti di questo, anche se fa acciaio. Bocca saporita e reattiva grazie all'apporto sapido. Prezzo n.d.

Barbera d’Alba 2014 Diego Morra *** 
A bottiglia coperta diresti Beaujolais e invece e un'invitante e sbarazzina barbera: more, viola, balsami, qualche suggestione vegetale. Bocca sgusciante, innervata di energia acido/salina, chiusura pulita e senza ostacoli. Circa 12 euro in enoteca.

Givry Champ Pourot 2014, Ragot **** 
Giovane e ancor stretto nel bouquet, uno Chardonnay lineare e compatto, con la nota minerale in evidenza, poi agrumi ed erbe. Palato di bella energia, di opportuno sapore, di media stoffa e di bella pulizia. Buono adesso, meglio tra un annetto. Circa 20 € in enoteca.

Verduno Pelaverga 2015, Comm. G.B. Burlotto *** 
Etereo, linfatico e floreale con una nota di viola in evidenza. Giovanissimo e di bocca immediata e semplice, corposa ma di discreta reattività, cordiale e caloroso abbraccio sul finale. Il meglio sulla tavola. Circa 12 € in enoteca.

Savennières Coulée de Serrant 2008, Nicolas Joly **** 
Maturo ed etereo: fico, prugna, note erbacee e terrose, qualche refolo balsamico e minerale. Alla bocca più potente che articolato, trainato dall’afflato alcolico che lo copre sul finale. Circa 70 € in enoteca.

Fiano di Avellino 2012, Di Prisco **** 
Ricco ma vivace, miele e polline, agrumi ed erbe, mineralità iodata. Bocca ricca, piena, non del tutto distesa e articolata, ma con un finale potente e lungo. Circa 18 € in enoteca.

Chianti Classico Vigneto Montecasi 2006, Castello di San Donato in Perano ***** 
Bella progressione fruttata, ciliegia, marasca, amarena, poi il lato speziato, appena accennata la nota di goudron, ed infine le erbe. Palato elegantissimo, disteso, saporito, con un tannino molto fine a dare il contrasto finale. Circa 25 € in enoteca.

Greco di Tufo 2009, Cantine dell’Angelo **** 
Il tempo lo ha reso più sfumato e meno graffiante con la sua tipica mineralità sulfurea che fa da contorno alla frutta gialla, a un soffuso intreccio di erbe. Al palato ha succo, ma soprattutto energia sapida, che marca il finale accompagnando le note di agrumi. Circa 25 € in enoteca.

Château Musar bianco 1995, Gaston Hochar ***** 
Dattero, frutta secca, e poi via alle erbe e i balsami, le note orientali e quelle più dolci, poi tabacco, un repertorio ampio e cangiante. Bocca integra e felpata, con bel succo e una chiusura coerente, lunga e articolata. Circa 75 € in enoteca.

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Allineati e compatti, Napoli - Crotone



Dopo Roma e Real, in attesa del confronto con la Juve, la sfida con il Crotone è semplice pratica amministrativa, atto burocratico dovuto e svelto nel centrocampo avversario con l’81% di possesso palla, nuovo record, 2 rigori, 3 gol e tanti cari saluti. Da Insigne Lorenzo (8), attaccante e rappresentante solitario della napoletanità all’interno dello spogliatoio che, nella 200esima partita, si assume il compito di procurarsi il primo rigore, trasformarlo, chiudere con il terzo gol su calibrato lancio di Jorginho (7 e mezzo) dietro le linee. È da un mese che Insigne vive uno stato di rara brillantezza mentale e fisica: sempre lucido, talvolta sfrontato, spesso decisivo. Mertens (7 e mezzo) mette a segno l’altro rigore dopo aver sostituito un redivivo, finalmente, Pavoletti (6), e aver fatto capire in poco più di dieci minuti in quale altra categoria si trovi. Callejon (6 e mezzo) diligente tira il fiato e un poco spreca, Rog (6) eccede in foga agonistica, al momento ha più o meno la media di un giallo a partita, Zielinski (6 e mezzo) lo sostituisce e serve l’assist ad Hamsik (7) che si procurerà il secondo rigore. L’architetto Jorginho in fase di palleggio sostituisce il geometra Diawara, Chiriches (6) prende il posto di Albiol, in uscita talvolta è frivolo e la perde, Strinic (6 e mezzo) gioca una partita positiva e senza sbavature: sembra una notizia. E in una giornata primaverile 45.000 spettatori si godono una partita che è un atto amministrativo, tutti felici, tutti dalla stessa parte, compattati dal comune nemico. 

Ventottesima di campionato. Napoli - Crotone 3 a 0 

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

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Emile Peynaud: glossario delle immagini gustative

Emile Peynaud

Nessuno si meraviglia davanti ad aggettivi che ne esprimono la bontà, la piacevolezza: buono o cattivo, gradevole o sgradevole, succulento, gustoso (impiegato per vini che hanno molto gusto) o insipido; nessuno li contesta. Ma per quanto riguarda la “bellezza” del vino, occorre trasferire il linguaggio sul terreno di una certa convenzione. Un bel vino ha stile, portamento, brio, e anche un’eleganza raffinata. Secondo l’aspirazione e l’entusiasmo dell’assaggiatore, sarà grazioso, elegante, incantevole, affascinante, brillante, distinto e, con un po’ di esagerazione, sontuoso, allettante, fastoso, seducente o seduttore! Dello stesso tipo abbiamo le espressioni che collocano un vino come in società in una certa gerarchia. Un gran vino è presentato come un gran signore. Ai vini di classe, di razza, nobili, ricchi, si oppongono vini banali, rozzi, rustici, comuni, volgari, plebei, poveri, correnti, ordinari, standard, senza pretese. Esistono anche cru borghesi e cru contadini. Un vino è ricco, opulento, quando i suoi componenti sapidi ed odorosi sono presenti in alta percentuale, esprimendo pure un concetto di complessità. Al contrario, un vino, modesto, povero, indigente, ha un sapore semplice, senza sfumature e senza rilievo. Un “signor vino” è un vino raffinato, di classe superiore. L’allusione ad un aspetto fisico, antropomorfo, è ancora più convenzionale. Si attribuisce al vino una certa morfologia quando lo si definisce corpulento, bene in carne (o invece scarno, scheletrico), muscoloso, atletico (o invece mingherlino, debole), virile o femmineo. 

Paolo Panelli, Vittorio Gassman, Il Conte Tacchia, Sergio Corbucci, 1982

Altri esempi di questo repertorio: di un vino magro si dice che “non ha le ossa” o che “gli si vedono le ossa”, mentre di un vino grasso che è “ben nutrito”. Certi assaggiatori fantasiosi, non esitano a dare a un vino “spalle”, statura e una spina dorsale (un vino molle è invertebrato), e ben altre espressioni suggestive. Gli aggettivi dell’età evidenziano una certa logica di osservazione. I vini da invecchiare, passano nel corso degli anni, più o meno rapidamente dallo stato giovanile alla decrepitezza. Dapprima nuovo, giovane, giovincello, il vino arriva poi all’età in cui lo si può bere, e lo si considera fatto, pronto, a punto. Quando diventa più vecchio e perde la qualità della maturità, viene definito invecchiato, vecchiotto, canuto, decrepito, senile, logoro, spossato, passato, finito, ecc. 

Bacio davanti all'hotel De Ville, Robert Doisneau, 1950

È inopportuno e ridicolo voler attribuire al vino delle virtù morali. Ma perché non si potrebbe dire di un vino senza difetti che è franco, retto, pulito, leale, sincero, autentico, onesto, puro, vendibile, schietto? In tutti i casi, questo genere di vocabolario risale alle prime attività commerciali.
La gradazione o generosità del vino, una delle sue virtù cardinali, può esprimersi con gli aggettivi: energico, vigoroso, valevole, possente o potente, confortevole (nel senso che conforta), combattivo, aggressivo, oppure con le espressioni: “che ha carattere, temperamento, nervo”. Nel senso contrario, nessuno si meraviglierà di sentire qualificare un vino come debole, gracile o anemico. Il termine “amabile” (attraente, che si fa amare) attribuita al vino, è del XVIII secolo e significa “carattere gradevole di un vino equilibrato”. Questo significato è ancora valido per il glossario francese mentre per quello italiano “amabile” significa vino a lieve sapore dolce, gradevole. Nello stile dell’epoca, abbiamo ancora: gentile, piacevole, lusinghiero e prelibato (per il palato), cortigiano, benevolo, invitante, attraente, allettante, tenero, carezzevole, seduttore, divertente.
Aggiungiamo alcuni difetti “umani” come: orgoglioso, altezzoso, istrione, capriccioso, furbo, frivolo oppure meschino, stizzoso, bisbetico, arcigno, brutale, cattivo, e avremo raccolto un abbondante repertorio, quasi inesauribile proprio perché alimentato dall’immaginazione. Un vino lunatico, bizzarro, è un vino non stabilizzato, sensibile alle condizioni esterne, che cambia facilmente sapore a seconda delle condizioni della degustazione. Ci sono ancora altre espressioni sfuggiteci precedentemente. Alcuni danno del traditore ad un vino che va alla testa e al quale ci si abbandona. Un vino selvaggio ha sapore di frutti selvatici, di vite non addomesticata. Ma come giustificare, senza cadere nell’irragionevole, aggettivi come: triste, intelligente, spiritoso, esuberante, spigliato, sveglio? 

Gary Cooper, Sartoria Caraceni

Il paragone della struttura del vino con quella della stoffa è strano. Già si parla del “vestito” del vino per definire il suo colore. Il vino è sgualcito se manca di limpidezza: se è robusto lo si dice ricco come una bella stoffa, “ben vestito”, “a trama fitta”; invece è “floscio” se appare molle. Un vino magro, asciutto, è “liso”, “frusto”, oppure “gli si vede la trama”. Ci sono vini satinati, sericei, vellutati, nel contempo ricchi e morbidi; i vini come pizzi sono fini e impalpabili. E poi ci sono i vini “lanuginosi”, “cotonosi”, pesanti e comuni.
Ascoltando il lirismo dell’assaggiatore ci sarebbero ancora cento altre immagini possibili: quella di gran maturità nelle espressioni “vini di sole, vino soleggiato, rovente, vino del sud, che ha fuoco”; la giovane e semplice freschezza è rustica, campestre; l’allegria rende un vino ridente, raggiante, malizioso, arzillo, gaio, e quando esplodono i suoi sapori in bocca, si dice che “fa la ruota”, “la coda di pavone” o che ha “i mille sapori” ecc.
Ci sono circostanze in cui sta bene un po’ di fantasia e con qualche successo si potrà dar prova di originalità scegliendo fra i molti, qualche termine citato in questo capitolo. Ma non abusatene: non tutti i vini sopportano l’enfasi, né tutti gli ascoltatori il ridicolo. 

[Emile Peynaud, Le Gout du Vin, Bordas, Paris 1980 - Il gusto del Vino, prima edizione italiana a cura di Lamberto Paronetto, traduzione di Piero Giacomini, Edizioni AEB, Brescia 1983, in seguito Bibenda Editore 2004]

posted by Mauro Erro @ 12:29, , links to this post


Standing ovation: Napoli - Real Madrid



Davvero si può scrivere qualcosa in più che: applausi? A tutti. Alla città che, in questi due giorni, ha mostrato al Real e a tutti coloro che attraverso televisioni e web l’hanno guardata, con quale fede e passione viviamo noi il calcio. Ai tifosi che hanno riempito il San Paolo e a tutti coloro che hanno affettuosamente tifato Napoli. Alla squadra che nel primo tempo ha mostrato al mondo che la seguiva in tv come giochiamo al calcio regalando la stessa meraviglia con cui si guarda incantati il golfo. Che ha fatto vedere come una giovane squadra di quasi sconosciuti, fatta eccezione per due o tre elementi, potesse mettere in difficoltà il più grande club del mondo, il più ricco, il più seguito, formato da numerosi campioni super titolati. Alla società* - perché si è tifosi di tutto il Napoli e non solo di una parte e si sostiene tutto il progetto fin quando c’è - che in 12 anni ci ha portati dal fallimento agli ottavi di Champions con il Real Madrid acquistando quest’anno Milik, Maksimovic, Rog, Diawara, Zielinski, quest’ultimi tre schierati ieri sul finale di partita: quale altro grande club europeo o mondiale ha un centrocampo così giovane? 

Non si poteva desiderare altro che essere il Napoli e fare il nostro gioco. Lo hanno fatto e hanno dominato il Madrid: del Napoli e del maestro Sarri si parla con ammirazione in tutta Europa, domani ci studieranno. Si ma non si vince mai? Ha pensato qualcuno, che è il modo migliore per rimanere dei perdenti. Il successo è una lunga pazienza, no grazie, non si accettano miracoli. Abbiamo perso perché noi siamo quasi la cenerentola della competizione e loro sono il Madrid, l’hanno vinta più di tutti, 11 volte. Il Madrid è stata il Madrid, e con i campioni che ha in un attimo te ne fa 3. I gol di Ramos erano inevitabili, quasi predetti. Anche Achille aveva il suo tallone e noi non siamo una squadra di grande fisicità e sui calci piazzati con squadre che hanno più centimetri e chili non possiamo che marcare a zona. Compriamoli! Preside’ caccia e sord’! Sento esclamare alcuni tifosi, e mi vien da ridere per questi tanti oracoli che s’illudono raccontandosi barzellette, e non avendo fiducia dei giocatori che già abbiamo, alla fine non credono in sè stessi. Tutto è migliorabile, ma non basta avere i soldi, i giocatori devono volerci venire a Napoli e non siamo ancora un club di prima fascia. Al massimo potremo accontentarci di prendere Cristiano Ronaldo a fine carriera e salvarlo dalla tumulazione nel campionato cinese. Bisogna sempre misurarsi la palla come diciamo da queste parti altrimenti non si capirà mai chi siamo noi, chi è il Real e quali cose grandiose abbiamo fatto ieri sera. Un plauso al Napoli di Mazzari che fu e che qualcuno ha persino rimpianto, ma chi ne parlò fuori dalle vecchie mura della città? Chi lo ricorda? 

Ieri, dimenticando per un attimo di vivere sotto al Vesuvio, di essere, anche, fatalisti e pensare che non ci saranno altre occasioni, abbiamo imparato un mucchio di cose e visto quale è il nostro posto nel calcio mondiale: possiamo serenamente sederci tra i primi dieci club d’Europa. Ora testa al campionato e alla Juve in Coppa Italia, e forza Napoli sempre. 

Ottavi di Finale, ritorno di Champions League. Napoli - Real Madrid 1 a 3

[prove tecniche di rubrica di un tifoso anglo-napoletano: Il deserto dei leoni]

*Una tirata d’orecchie e un sorriso a De Laurentiis perché ieri se la poteva risparmiare, ma ha detto ciò che pensano molti di noi da sempre, dai tempi di Diego e ancor prima: la rosa di Milano non è il nostro giornale e di contro loro sono poco inclini a occuparsi di noi. Non siamo il pubblico a cui si rivolgono (nella sola Milano tirano 20.000 copie, in tutta la Campania non arrivano a 5.000). Sull’odio che gli stupidi scaricano su di noi e sui cori beceri c’è poco da aggiungere. La cosa buffa, a guardare bene, è che certi tifosi hanno con il presidente anticonformista non solo un rapporto conflittuale, ma anche punti in comune. Come quello di essere particolarmente sanguigni e, di conseguenza, di straparlare.

posted by Mauro Erro @ 09:50, , links to this post






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